Stanley Kubrick

Stanley KubrickStanley Kubrick nacque a New York, nel borough del Bronx, il 26 luglio del 1928. Il padre era un medico ebreo di madre rumena e di padre polacco. A tredici anni Kubrick ricevette in regalo la sua prima macchina fotografica, grazie a cui sarebbe riuscito a farsi pubblicare, nel 1942, una fotografia dalla rivista Look: il soggetto era costituito da una fila di autovetture in coda per il rifornimento, per via del razionamento di carburante a causa della guerra.

Fu l’inizio della collaborazione con Look: nel 1945, dopo che il giovane Kubrick si diplomerà con valutazione appena sufficiente (come lui stesso disse: «Non imparai assolutamente nulla a scuola»), tale collaborazione si perfezionò sotto forma di assunzione come aiuto-fotografo. Alla passione per la fotografia se ne accompagnavano altre due grandi come gli scacchi (fu un ottimo giocatore e usava guadagnarsi qualche dollaro giocando nei locali del Greenwich Village) e il jazz (fu un discreto batterista). Molti critici sottolineano che forse proprio questo non casuale amore per la logica (tipico degli scacchi) e della scansione temporale e ritmica (tipico della batteria) costituisce la chiave di lettura della produzione cinematografica di Kubrick.

Ma era il cinema il primo amore del giovane Kubrick, e lui se ne nutriva voracemente: quello statunitense degli anni ’30 e ’40 e quello europeo - che aveva l’occasione di vedere al Museum of Modern Arts - soprattutto di Max Ophüls e di Fritz Lang; assorbiva cinema a ritmo serratissimo: anche otto film a settimana (e Ophüls, come avrà modo di dire un trentenne Kubrick nel 1957, è stato il regista che più ha amato per la tecnica e la capacità di scovare buoni soggetti e di muovere attori e scene).

Stanley Kubrick non attribuì mai grandissimo valore artistico ai suoi primi cortometraggi. Li ha sempre ricordati solo per l’esperienza tecnica che ne ricevette. In effetti, lui aveva sempre sostenuto che il modo migliore per padroneggiare i mezzi tecnici (macchina da presa, banco di montaggio, moviola, etc.) era quello di fare un film. E Kubrick all’inizio fece di tutto, in effetti: regia, montaggio, composizione del sonoro, amministrazione, una palestra ineguagliabile. Nel 1951, con 3.900 dollari in tasca, produsse e girò un documentario di sedici minuti, Day of The Fight (Il giorno del combattimento), interpretato dal pugile peso medio Walter Cartier nella parte di sé stesso. Non che il film guadagnò molto: venne infatti venduto alla RKO per 4.000 dollari, ma la stessa Casa finanzierà Kubrick con 1.500 dollari per la produzione di un cortometraggio di 9 minuti, Flying Padre (Il padre volante), che racconta di un sacerdote cattolico del New Mexico, Fred Staedtmuller (interprete di sé stesso anch’egli), la cui parrocchia si estendeva per 400 miglia quadrate in una comunità del New Mexico, e che teneva i contatti con i fedeli volando su un piccolo Piper.

Ormai era chiaro come la strada di Kubrick fosse il cinema e infatti, nonostante le molte soddisfazioni professionali avute con la fotografia, lasciò la rivista Look e, dopo aver girato un altro 16 mm., The Seafarers, si decise a fare il grande salto: nel 1953 acquistò una cinepresa Mitchell 35 mm. alla Camera Equipment Company (per la cronaca, 1600 Broadway, New York) e, nel corso di una chiacchierata lunga tutto un sabato pomeriggio con il proprietario del negozio, imparò il funzionamento dell’apparato. Con tale camerà girò Fear and Desire (Paura e desiderio), film di guerra (e non solo) della durata di poco più di un’ora, dal costo preventivato di 10.000 dollari (raccolti tra amici e parenti), ma che vide salire il budget a quasi 40.000 per problemi di post-sincronizzazione. Attualmente questo film è quasi introvabile: le pochissime copie sono in mano a privati. In tale periodo si andava formando una cerchia di amici-collaboratori che lavoreranno con Kubrick come attori, compositori di colonne sonore, fotografi e quant’altro: persino la prima moglie, Toba Mertz, collaborò alla lavorazione del film.

Il fatto che Kubrick lavorasse in équipe non deve trarre in inganno: egli era un accentratore, che aveva l’ultima parola su tutto: avesse potuto, si sarebbe messo persino davanti alla macchina da presa; la verità è che il film (il “progetto”) per Kubrick aveva senso solo se si esercitava su di esso un controllo creativo totale (e infatti, a parte Spartacus, rifiuterà sempre offerte di regia di soggetti non scritti da lui e non preventivamente supervisionati). Ma aveva sempre avuto l’accortezza di circondarsi di ottimi collaboratori, ai quali era sempre riuscito a trasmettere idee e ispirazioni in corso d’opera, e che sapevano subito tradurle in pratica. Del 1955 è Il bacio dell’assassino (Killer’s Kiss), un bellissimo bianco e nero con virata al metallico e al dark nel quale Kubrick si cimenta con il genere noir: nel film è interpretato dal suo amico Frank Silvera e persino la seconda moglie di Kubrick, Ruth Sobotka, nei panni di Iris, la ballerina suicida sorella del protagonista. Uso intensivo del flashback, fotografia tagliente, suspence fino all’ultimo, con il duello finale in un deposito di manichini. Il budget era già salito: si era giunti a 75.000 dollari, una cifra ragguardevole per quegli anni, anche se non paragonabile a quelle che le major hollywoodiane già allora investivano per le grandi produzioni, cifre dai 700.000 dollari in su. Comunque anche questi 75.000 dollari furono racimolati con i soliti prestiti tra parenti e amici della comunità ebraica newyorkese; la vendita del film alla United Artists frutterà circa 100.000 dollari.

Nel 1956 James B. Harris, che anticipò 130.000 dollari a Kubrick, esordiva come produttore, e la United Artists finanziò la cifra rimanente per la realizzazione di Rapina a mano armata (The Killing), un altro noir, tratto dal romanzo omonimo di Lionel White: alla fine il film costerà 320.000 dollari, tutto sommato ancora un costo basso, visti gli standard citati. Il film è ambientato in un ippodromo, e si gioca su ritmo, suspence e imprevisto, caratteristica costante di Kubrick. Questa volta i flashback sono utilizzati per raccontare i background di ogni personaggio, in un gioco a incastro che funziona come un meccanismo di precisione. Attore protagonista del film è Sterling Hayden, già Johnny Guitar, che ritroveremo qualche anno più tardi nel Dottor Stranamore.

Nel 1956 ancora non era prevedibile la dimensione artistica cui Kubrick sarebbe assurto, ma il regista aveva comunque raggiunto un certo livello di notorietà ed era già ritenuto un professionista di ottimo livello. In effetti, i critici americani guardavano a Rapina a mano armata come a un’opera di grande impatto, laddove per esempio i loro colleghi europei vi vedevano solo un film noir costruito con grandissimo mestiere e padronanza dei mezzi tecnici di produzione. Ad ogni modo, a quel punto Kubrick poteva già scegliere i progetti con una certa autonomia, e lavorare su soggetti che ritenesse validi. L’unico problema era convincere i produttori a elevargli i budget, visto che le sue opere riscuotevano fino ad allora più successo di critica che non di pubblico. Stanley Kubrick negli anni CinquantaInfatti, Kubrick e Harris stavano incontrando molte difficoltà a farsi finanziare una sceneggiatura tratta da un romanzo del quale avevano acquistato i diritti, Paths Of Glory (Orizzonti di gloria). I due ebbero il loro colpo di fortuna quando Kirk Douglas lesse la sceneggiatura e ne rimase entusiasta: perorò la loro causa davanti alla United Artists e si dichiarò perfino disposto a finanziare il progetto. A Kirk Douglas non si poteva dire di no, e la casa di produzione tirò fuori la bellezza di 930.000 dollari per produrre il film omonimo del romanzo, che uscì nel 1957 e fu girato interamente a Monaco di Baviera e dintorni, ed era ambientato sulla trincea franco-tedesca durante la Grande Guerra. Il film è interpretato da Kirk Douglas, Ralph Meeker e Adolphe Menjou, e Douglas interpreta un colonnello francese che nella vita civile è un avvocato a Parigi, chiamato a scegliere tre uomini da fucilare per punirli di un atto di codardìa compiuto da un reggimento francese durante un attacco suicida e inutile, ordinato solo per soddisfare la sete di carriera di un generale irresponsabile e arrivista. Il colonnello Dax (Douglas), ufficiale che non rinuncia alla sua dimensione umana, è il paradigma di un soldato capitato dentro una vicenda più grande di lui, che all’occorrenza si esprime con parole all’acido contro certo militarismo e nazionalismo - intendendo il nazionalismo come ultimo rifugio per le canaglie. Il film vuole essere soprattutto una storia di uomini dentro un contesto che porta a stravolgere in ogni momento vite e situazioni consolidate: sarebbe improprio ricondurre il tema del film solo all’aspetto antimilitarista. Particolare curioso: la ragazza tedesca che nel finale canta per i soldati francesi è effettivamente tedesca, il suo nome è Christiane Harlan (accreditata nei titoli come Susanne Christian), e altri non è che la terza signora Kubrick.

Il film ha un finale amaro, in un periodo in cui l’Happy Ending (che infatti la produzione cercò di imporre) era d’obbligo, e il successo di pubblico fu limitato. Addirittura, in Francia fu vietato per circa quindici anni e in Belgio provocherà grossi scontri, anche fisici, tra le associazioni di combattenti e reduci e le organizzazioni pacifiste. Ma tra molti critici si iniziò a parlare apertamente di “capolavoro” per la prima volta riferendosi a un’opera di Kubrick. Il successo di critica non fu sufficiente a evitare a Kubrick alcuni rifiuti: abortì un progetto con Gregory Peck e un altro con Marlon Brando e lo sceneggiatore Calder Willingham, che poi proseguiranno da soli e realizzeranno, diretto dallo stesso Brando, I due volti della vendetta (One-eyed Jack, 1961).

Kirk Douglas, nel 1960, si ricorderà di Kubrick: l’attore americano stava producendo e interpretando il film Spartacus, ambientato nell’antica Roma. La regia originale era di Anthony Mann, ma a causa di violenti contrasti questi fu licenziato in tronco da Douglas, che pensò bene di sostituirlo, appunto, con Kubrick. Per la prima volta Kubrick si trovò di fronte a una super produzione (15 milioni di dollari), ma non solo. C’era un cast che, a parte le diecimila comparse e le imponenti scene di massa, metteva in fila gente del calibro del citato Douglas, Lawrence Olivier, Charles Laughton, Jean Simmons, Peter Ustinov, Tony Curtis e molti altri. Il problema è che lui stava entrando in corso d’opera in una sceneggiatura non sua, e neppure seguita dall’inizio. Ciononostante accettò e riuscì a compiere, malgrado le difficoltà, un mezzo miracolo. La sceneggiatura era affidata al valido Dalton Trumbo (già messo all’indice qualche anno prima per le sue idee politiche dalla commissione del fanatico anticomunista McCarty di famigerata memoria) che aveva ripreso un romanzo di Howard Fast (anch’egli vittima della commissione McCarty). La rivolta degli schiavi, capeggiata da Spartaco (Spartacus), presenta un richiamo (invero molto lontano e un poco rozzo, visto il periodo e visto che siamo in America) allo schema marxista della lotta di classe. Il mezzo miracolo consisté nel condurre felicemente in porto un’opera presa a metà, e di mettere parzialmente riparo ad alcuni vistosi limiti della sceneggiatura (che Kubrick criticherà in seguito come «sommario trattamento di un personaggio storico»). La cosa paradossale è che il grande successo arrivò a Kubrick proprio per Spartacus, anche se lui non poté mai considerare tale opera come compiutamente sua. Schiacciato tra le esigenze di distribuzione della Universal e quelle produttive della Bryna di Kirk Douglas (che aveva paura che la personalità del regista oscurasse la star, cioé egli stesso), Spartacus è solo un esercizio di mestiere, che Kubrick portò comunque a termine con professionalità salvando il salvabile. Comunque il film sbancò e vinse quattro premi Oscar: miglior attore non protagonista (Peter Ustinov), miglior scenografia a colori (Golitzen, Orbom), migliori costumi (Valles, Thomas) e miglior fotografia a colori (Merry). I distributori si vantarono - nelle pubblicità e nelle locandine - che esso fosse uno dei pochi film ad essere visto in pubblico dall’allora presidente USA John Kennedy. L’unica cosa buona per Kubrick fu il milione di dollari che intascò come compenso per la regìa di Spartacus, e da allora maturò una convinzione: ogni contratto cinematografico avrebbe previsto epressamente la massima libertà di controllo di ogni stadio della realizzazione (tant’è vero che in seguito Spartacus sarebbe stato di fatto disconosciuto, sebbene formalmente facente parte della filmografia kubrickiana. Diciamo che Spartacus è un film “diretto da” Stanley Kubrick, non un film “di” Stanley Kubrick).

Dopo Spartacus, Kubrick tornò a lavorare con Harris e, complici alcune clausole contrattuali di un loro progetto, si spostò in Inghilterra, che divenne la sua nuova patria. Infatti, la Metro-Goldwyn-Mayer aveva stanziato 150.000 dollari per finanziare un progetto che si poteva realizzare solo in Gran Bretagna. Il progetto era una sceneggiatura tratta da un romanzo di Vladimir Nabokov (uno scrittore di origine russa, naturalizzato americano), che parlava dell’amore morboso di un maturo insegnante europeo per una maliziosa dodicenne della provincia americana: Lolita. Siccome non si poteva prescindere dalla produzione in Gran Bretagna per avere accesso ai soldi stanziati, Kubrick si trasferì in quel Paese. La sedicenne Sue Lyon interpreta una dodicenne Lolita, Shelley Winters è sua madre, James Mason è Humbert Humbert, il professore francese che vivrà la sua storia d’amore con la giovane Lolita; ma soprattutto il vulcanico attore inglese Peter Sellers, il quale, pur essendo non protagonista, stupisce per i personaggi che riesce ad interpretare (tre). Nell’occasione la sceneggiatura fu scritta da Kubrick in collaborazione con lo stesso Nabokov, e il film, nonostante il pieno di pubblico negli Stati Uniti, fu discusso e criticato; in Italia subirà pesanti censure e stroncature, e anche gli intellettuali lo riterranno, nella ipotesi più benevola, una strizzata d’occhio ai bassi istinti del pubblico: un film semipornografico fatto con mestiere, insomma. Ma in quel periodo Lolita dovette fare i conti, in Italia, con Il Dottor Zivago, che monopolizzò l’attenzione principalmente per il fatto che le opere del suo autore, il sovietico Boris Pasternak, erano censurate e lo sarebbero state - nell’URSS e in tutto il blocco orientale - fino alla perestrojka gorbacioviana. La censura contribuì alla generale sopravvalutazione del Dottor Zivago e alla sottovalutazione di tutto il resto. Niente come una censura aiuta a conferire un’aura di nobiltà persino eccessiva rispetto all’effettivo valore letterario dell’opera (un altro motivo per essere contrari alla censura).

All’inizio degli anni ’60 il mondo era in preda alla psicosi atomica, si era in piena guerra fredda e la crisi tra USA e URSS stava per raggiungere il suo punto più freddo con la Baia dei Porci a Cuba. Kubrick volle affrontare tale tema, questa volta da solo perché Harris volle intraprendere la strada della regia. Nel 1963 nacque così Il Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Doctor Strangelove, Or How I Learnt To Stop Worrying And To Love The Bomb), tratta dal romanzo Red Alert (Allarme Rosso) di Peter George, che collaborerà alla stesura della sceneggiatura. I fidati Peter Sellers e Sterling Hayden vennero chiamati per realizzare il film, un film in bianco e nero surreale e permeato, questo sì, apertamente, di antimilitarismo: travolgente è Peter Sellers che interpreta, come in Lolita, tre ruoli (Il presidente USA Muffley, il capitano inglese Lionel Mandrake, di servizio in una base americana e il Dottor Stranamore, strano personaggio di origine tedesca e consigliere del presidente, che vive su una sedia a rotelle e frena a stento i propri impulsi motorî, specie quando il braccio destro tende a scattare nel saluto nazista), ma esilaranti sono le caratterizzazioni: il generale, aiutante militare del presidente (l’attore George C. Scott) si chiama Turgidson (“figlio del turgido”) e ha una tresca con la segretaria (la playmate dello stesso numero di Playboy che il pilota del bombardiere in viaggio verso l’URSS sta leggendo per distrarsi). Il bombardiere che vola verso l’URSS si chiama Leper Colony (“Colonia di lebbrosi”); il colonnello decerebrato comandante la guarnigione di polizia militare si chiama “Bat” Guano (“Sterco di pipistrello”) e il generale che scatena l’attacco atomico si chiama Jack D. Ripper (giocato sull’omofonia con Jack The Ripper, ovvero “Jack lo squartatore”: purtroppo il doppiaggio ammazza i giochi di parole in lingua originale). La base militare comandata da Jack D. Ripper si chiama Burpleson (“figlio del rutto”) e l’ambasciatore sovietico risponde al nome di De Sadesky, mentre la base sovietica presa di mira si chiama Laputa (in spagnolo “la puttana”). Si tratta di un film il cui argomento è l’unico che abbia veramente preoccupato Kubrick; come egli stesso disse, egli trattò il tema in maniera acida e violenta perché un’esplosione nucleare è l’unica cosa alla quale non c’è rimedio, e il film serve a mettere in risalto come fosse, a quei tempi, relativamente facile scatenare un conflitto nucleare: basta un generale pazzoide e paranoico, anche se la Columbia, che distribuiva il film, si era premurata di far precedere il film da una schermata che avvertiva che ciò che accade nella finzione scenica non è riproducibile in realtà, visti i sistemi di protezione degli armamenti dell’esercito USA. Ma agli spettatori quelle parole, in primo piano sullo schermo con sullo sfondo il fungo bianco di un’esplosione atomica e la voce di Vera Lynn che canta We’ll meet again (Ci incontreremo ancora, una canzone degli anni ’40), suonano quanto meno ironiche…

Nel 1964, Kubrick rimase affascinato dal breve racconto di uno scrittore inglese di fantascienza, Arthur C. Clarke: The Sentinel, scritto nel 1950. In esso si immagina che una intelligenza extraterrestre, prima dell’alba dell’Uomo sulla Terra, ponga una sorta di sentinella sulla Luna, che manda segnali da qualche parte in direzione di Giove, e che verrà scoperta dall’Uomo tecnologico nel 1996. Decise così di contattare Clarke e di sviluppare con lui la sceneggiatura per un film molto ambizioso. La Metro-Goldwyn-Mayer finanziò il progetto con 6 milioni di dollari (ma i costi, per gli effetti speciali, supereranno i dieci milioni, e la MGM farà bancarotta). Nacque così, nel 1968, dopo quattro anni di gestazione, 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey), forse il film più “poetico” di Kubrick. 2001 fu per il cinema quel che Sgt. Pepper’s dei Beatles fu per la musica: qualcosa che avrebbe segnato un definitivo punto di svolta. Il tema fantascientifico fu preso a pretesto da Kubrick per fare alcune riflessioni sull’Uomo, sull’Ignoto e sul desiderio insopprimibile di conoscenza (da cui il termine Odissea). Ormai era chiaro che per Kubrick, il termine “genere” era una camicia stretta, che non aveva per lui senso alcuno. Per Kubrick, ormai impegnato da quindici anni in un progetto artistico sempre in divenire, un determinato genere (guerra, fantascienza) era solo il mezzo tramite il quale egli poteva sviluppare più rapidamente situazioni e personaggi in una maniera che sarebbe stata inverosimile in un contesto regolare. A prescindere da queste considerazioni, il film si lascia vedere anche per gli eccezionali (all’epoca) effetti speciali, molti dei quali vengono suggeriti ai tecnici (Wally Veevers e Douglas Trumbull, che poi realizzerà gli effetti per Star Wars di George Lucas) dallo stesso Kubrick che, a suo dire, sperimentò l’effetto degli allucinogeni per avere degli effetti cromatici stupefacenti (è quasi il caso di dirlo…). Per la cronaca, il film vincerà l’Oscar proprio per gli effetti speciali.

La capacità di Stanley Kubrick di scovare buoni soggetti era sorprendente, e un altro scrittore inglese, Anthony Burgess, fu chiamato dal regista per sviluppare un tema, quello della violenza metropolitana, trattato dallo stesso Burgess nel suo romanzo del 1961 A Clockwork Orange (Un’arancia a orologeria). In tale romanzo, Burgess ipotizzava (profeticamente, si può dire), in un futuro non troppo lontano, l’esplosione di forme di violenza urbana mai viste fino ad allora, proprio come un meccanismo a orologeria, e gli esperimenti messi in opera dal potere per poter canalizzare questa violenza per scopi prefissati. Ne nacque nel 1971 un film dallo stesso titolo del romanzo, che in italiano prenderà il nome di Arancia Meccanica. Il film fu un vero shock: Kubrick rappresentò la violenza gratuita in maniera brutale, secca, nervosa, ma per niente compiaciuta. Nessuna scena del film è fine a sé stessa, e Malcolm McDowell, nella parte di Alex, un ragazzo che “amava la violenza, lo stupro e Beethoven”, è perfettamente credibile nella parte dell’eroe - negativo ma pur sempre eroe. L’effetto sul pubblico è quello di un pugno nello stomaco, il film è disturbante, obbliga a riflettere, non lascia indifferenti, con quelle scene di ammazzamenti e stupri contrappuntate dalle sinfonie di Ludwig Van Beethoven (e infatti il piano di rieducazione a cui viene sottoposto Alex si chiama non a caso “Cura Ludwig”), dalle marce di sir Edward Elgar (compositore inglese della suite Pump and Circumstance, composta di varie musiche che accompagnano ancora adesso i cerimoniali presso la Corona britannica), dalle musiche per funerale di Henry Purcell, che rendono un tono farsesco quale contraltare alla dimensione tragica della violenza. Siamo negli anni ’70 e il tema imperante era quello del Vietnam, e Kubrick ricevette accuse di fascismo latente (accomunato nella sorte a Sam Peckinpah con il suo Cane di paglia), per l’asetticità chirurgica con la quale rappresentava le scene di violenza. Ma, appunto, il compito di Kubrick era quello di rappresentare, non di giudicare.

A questo punto Kubrick stava già cambiando il suo modo di lavorare. Dalla intensa attività iniziale si stava passando a una lunga scansione temporale tra un film e l’altro. Tra Il bacio dell’assassino e Arancia Meccanica erano passati sedici anni e otto film, ma da quel punto in poi, Kubrick inizierà a prendere molto tempo per i suoi progetti, curando, se possibile, in maniera ancora più maniacale i dettagli in fase di preparazione, di riprese e di post-produzione e montaggio (non si conoscono blooper nei film di Kubrick infatti, tanto per dirne una). Si era arrivati nel 1975, anno in cui uscì Barry Lyndon. Frettolosamente liquidato come “film storico”, in realtà quello di Kubrick è un interessante affresco sulla società inglese del Settecento, raccontata con gli occhi di un osservatore dell’Ottocento, William Makepiece Thackeray (1811-1863), nel suo libro Le memorie di Barry Lyndon. Si racconta della “resistibile ascesa di un avventuriero e della sua caduta”, della ferocia delle convenzioni e delle disparità sociali nell’Inghilterra di Giorgio III, la spietata divisione in classi mascherata da un ipocrita perbenismo di facciata, l’opportunismo di un avventuriero che si imbarca in un matrimonio con la vedova di un nobile in quanto unico modo di elevare la propria posizione sociale. Ne venne fuori un film di tre ore (e undici milioni di dollari di budget) interpretato da Ryan O’Neal e Marisa Berenson, che al botteghino fu un fiasco, malgrado il suo splendore formale: Kubrick mise a dura prova tutto lo staff tecnico del film, tanto che il fotografo John Alcott dovette riprendere le scene in interno, illuminate solo dalle candele, con sofisticatissime lenti Zeiss; la costumista Milena Canonero racconterà in seguito di aver prodotto su ordine di Kubrick non già dei costumi di scena, ma degli abiti completi, con sottovesti e tutti gli annessi, allo scopo di dare realismo all’azione. Ma il lavoro di Milena Canonero sarà premiato: vincerà il premio Oscar per i migliori costumi insieme alla sua collega Ulla Britt Söderlund e anche John Alcott vincerà l’Oscar per la fotografia. Altri premi Oscar andranno a Ken Adam per la migliore scenografia, a Leonard Rosenman per la miglior direzione musicale e al gruppo dei Chieftains per la miglior composizione originale. A decretare l’insuccesso commerciale del film fu forse il cupo pessimismo di Kubrick, che nell’occasione manifestò il suo scetticismo verso le capacità dell’uomo di raggiungere un reale progresso. Come al solito, Kubrick non prende partito, illustra e lascia che sia lo spettatore a trarre le sue conclusioni: tanto, a dispetto dei proprî tentativi di acquisire o conservare potere e privilegî, «Oggi, ricchi e poveri, buoni e cattivi, sono tutti uguali». Kubrick non rinuncia a un certo simbolismo: la scena finale del film si svolge nel 1789, quando l’Europa sta per cambiare definitivamente volto e un certo ordine sta per finire.

Mancava solamente un thriller ad alta tensione e l’idea venne a Stanley Kubrick da un romanzo di Stephen King, The Shining. Ambientato in un albergo sulle Montagne Rocciose, l’Overlook, il film, rispetto al romanzo originale, risulta ripulito da molti aspetti soprannaturali, per concentrarsi maggiormente sul microcosmo claustrofobico della famiglia Torrance, il padre Jack (Jack Nicholson, che già aveva fatto le sue prove generali di follìa con Qualcuno volò sul nido del cucùlo di Milòs Forman del 1975), la madre Wendy (Shelley Duvall) e il figlio Danny (Danny Lloyd). Kubrick ignorò la sceneggiatura originale di Stephen King per riscriverla a quattro mani con Diane Johnson, e il risultato fu un film capace di tenere lo spettatore in tensione dall’inizio alla fine. Non stupisce che stavolta il successo, anche commerciale, arrise al film. Ciononostante, Kubrick si eclissò per lungo tempo.

Il tema militare, la spersonalizzazione, la degradazione dell’individuo, è sempre stato un tema su cui Kubrick ha lavorato. Stanley Kubrick negli anni SettantaSe nel 1957, per Orizzonti di gloria, il regista parlò della Grande Guerra e nel 1964, per Dottor Stranamore, della Guerra Fredda e del pericolo nucleare, nel 1987 Kubrick si rifece alla guerra più recente combattuta dagli americani, quella del Vietnam. Come al solito, la guerra è un pretesto per raccontare la Storia. Kubrick non seguì il filone già inaugurato da Michael Cimino con Il Cacciatore e ripreso da Coppola con Apocalypse Now e via via da Oliver Stone con Platoon. Kubrick voleva raccontare come si fabbricano macchine per uccidere e come esse si preparano alla guerra. Sotto questo punto di vista, l’argomento è sempre attuale, basti dare un’occhiata alle cronache delle eroiche imprese dei soldati USA sui prigionieri irakeni dopo l’invasione del 2003. La sceneggiatura del film fu curata da Kubrick insieme a Gustav Hasford, che riadattò il suo romanzo The Short-Timers, e il risultato fu Full Metal Jacket, che prende il via dalla scuola d’addestramento dei Marines statunitensi di Parris Island (South Carolina). Un normalissimo ragazzo, Joker (Matthew Modine), marine con il simbolo pacifista sulla tuta mimetica e la scritta Born to Kill (nato per uccidere) sull’elmetto («Perché» spiegherà Joker a un ufficiale che gli farà notare l’apparente incongruenza dei simboli, «la contraddizione fa parte, come ha insegnato Jung, dell’ambiguità umana»), resiste con l’ironia e con la propria innocenza al durissimo addestramento (mentre un suo compagno, “Palla di Lardo”, minato nella psiche dall’addestramento, uccide l’istruttore e poi si spara in bocca con un fucile calibro 7.62 armato con proiettili blindati, appunto proiettili Full Metal Jacket). Joker si accorgerà in Vietnam a cosa la guerra possa portare l’uomo, ma non rinuncerà al suo lato umano. Ma nella scena finale del film ucciderà a freddo una ragazza-cecchino vietnamita, ferita gravemente in uno scontro a fuoco, che rantola a terra implorando di essere finita. Joker, che ha resistito all’addestramento inflittogli da uno spietato sergente (interpretato da Lee Ermey, che prima di diventare attore era un vero istruttore dei Marines), con quel gesto diventerà simbolicamente uomo, ma perderà il candore e l’innocenza per sempre, irrimediabilmente, e lui lo sa. Il film infatti si chiude con Joker e i compagni che abbandonano il luogo della battaglia cantando Mickey Mouse Club Song (il celebre inno di Topolino) mentre partono i titoli di coda, bianchi su sfondo nero, sulla canzone Paint It, Black dei Rolling Stones. In effetti il finale è nero e disperante, e la voce del narratore (Joker stesso), in chiusura di film dice «Sono contento di essere vivo. Vivo in un mondo di merda, ma sono vivo. E non ho più paura». Il finale non è consolatorio: chiunque di noi, con le motivazioni giuste, potrebbe diventare un assassino. Il film fu girato a Shepperton, fuori Londra, in una fabbrica del gas abbandonata. A Kubrick piacque subito quella fabbrica perché era un rudere di architettura industriale degli anni ’30, esattamente come molta della architettura che si sarebbe potuta trovare in Vietnam durante la guerra.

Ci vollero ben dodici anni per vedere di nuovo Stanley Kubrick nelle sale cinematografiche. Il parto, come si usa dire, fu lungo e doloroso, perché legato alle difficoltà di realizzazione, alla lunghezza della post-produzione e agli aspetti legali del progetto. Il film si chiama Eyes Wide Shut e parte da un soggetto tratto dal racconto scritto nel 1929 dall’austriaco Artur Schitzler, Traumnovelle (Doppio Sogno, edito in Italia da Adelphi). I due personaggi principali furono affidati alla coppia (a quei tempi legata sentimentalmente) composta dall’americano Tom Cruise e dall’australiana Nicole Kidman, forse l’unica attrice di primo piano attualmente in grado di passare attraverso ruoli scabrosi senza scomporsi e senza paura di mostrarsi nuda. Kubrick, Kidman e Cruise erano legati da un contratto di produzione che praticamente vincolò il trio per diversi anni, e proprio a causa di contrasti con i tre Harvey Keitel abbandonò il set per lasciare il posto al regista Sidney Pollack, che accettò entusiasta di lavorare sotto la direzione di Kubrick per apprenderne segreti e tecniche. Il film richiese più di due anni di lavoro serrato e ultrasegreto a Pinewood, nei dintorni di Londra. Addirittura, nel corso della lavorazione del film, a Nicole Kidman riuscì di recitare un’intera stagione come protagonista in un’opera teatrale nella capitale inglese. La storia è trasposta dalla Vienna degli anni Venti alla New York dei giorni nostri, e il capolavoro fu ricreare ex novo New York a Pinewood. È praticamente impossibile riassumere la dimensione onirica del film in poche righe. Certamente, al contrario di quanti molti sostengono, non è un esercizio di erotismo a buon mercato (in genere chi sostiene questo si è limitato ai trailer del film o è spinto da foga censoria su basi ideologiche). In effetti, a parte un paio di scene in cui Nicole Kidman appare completamente svestita per un totale di quindici secondi al massimo e l’orgia alla quale assiste Tom Cruise nella villa fuori città (orgia rappresentata con sguardo asettico, non ammiccante ma disincantato e quasi documentaristico), il sesso non è praticamente rappresentato, preoccupandosi Kubrick, innanzitutto, dei percorsi mentali a cui sta portando la temporanea astrazione dalla realtà dei due protagonisti.

Eyes Wide Shut uscì postumo e, forse per questo, lascia negli spettatori la sensazione di incompletezza, perché vivissima è la sensazione che se Kubrick fosse stato ancora vivo, avrebbe operato su di esso un lavoro ulteriore di rifinitura. Sfortunatamente, il 7 marzo 1999 Stanley Kubrick è morto a causa di un infarto cardiaco nella sua villa-castello di Harpenden, nella contea inglese dell’Hertfordshire, e le ultime fasi di montaggio sono state curate dall’aiuto regista Leon Vitali.

Al momento della sua morte, Stanley Kubrick, sempre attento allo sviluppo della scienza e della tecnica, e alla sua interazione con l’uomo, stava portando avanti un ambizioso progetto che lo affascinava. Il progetto si chiamava Artificial Intelligence, che non fu mai portato a termine. Ma Steven Spielberg lo riprese e nacque A.I.. Con un po’ di senso poetico, possiamo considerare A.I. come il tributo postumo a un maestro del cinema, resogli da uno dei migliori registi della generazione successiva alla sua.

Regista eclettico ma rigoroso, capace di spunti di assoluto genio, Stanley Kubrick può essere tranquillamente considerato uno dei grandissimi del cinema di ogni tempo, uno dei pochissimi capaci di “fare” cinema (nel senso più ampio del termine inglese Film-maker, che intende il termine “cinema” come progetto globale, che si sviluppa attraverso più opere in un disegno compiuto), non solo di dirigere un film. Il primo secolo della storia del cinema si chiude idealmente con la morte di Kubrick, l'uomo che ha caratterizzato la storia del cinema del dopoguerra.

Bibliografia

Filmografia

Vai a una filmografia più dettagliata.

Prima stesura: gennaio 1997
Ultimo aggiornamento, riveduto e corretto: settembre 2004


Posted on 07 Feb 2009 07:47 -  Category: Kubrick
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